A luglio, circa 3 milioni di pensionati riceveranno in automatico un bonus, in presenza dei requisiti previsti dalla legge. Lo ha annunciato l’INPS con il messaggio n. 2407 del 2021. Si tratta di una somma aggiuntiva alla pensione che verrà erogata a favore di alcuni fortunati. E’ in arrivo, quindi, il Bonus Quattordicesima sulle pensioni entro il 31 luglio! Ma a chi è  riservato questo trattamento? Ebbene, si tratta dei quei pensionati che a luglio abbiano compiuto i 64 anni e abbiano un particolare requisito reddituale. Cioè, posseggano redditi non eccedenti 2 volte il trattamento minimo. L’importo della quattordicesima varierà in base al reddito e all’anzianità contributiva di ciascuno. Come indicato, il premio arriverà a sorpresa in quanto non è necessario fare domanda. Sarà l’INPS ad assegnarlo d’ufficio. 

In arrivo il Bonus Quattordicesima sulle pensioni 

Abbiamo visto che il requisito anagrafico per ottenere il bonus è il compimento dei 64 anni di età. Quindi, ne beneficeranno i pensionati dai 64 anni in poi. Per quanto riguarda, invece, il requisito reddituale, vediamo più nel dettaglio quando ricorre. Ebbene, lo schema dei limiti reddituali previsti per l’anno 2021, è il seguente: euro 10.053,81 per chi si colloca nella fascia di reddito inferiore a 1,5 volte il trattamento minimo. Il limite reddituale è, invece, di euro 13.405,08 per la fascia compresa tra 1,5 e 2 volte la pensione minima. Di conseguenza, poiché l’ammontare della quattordicesima varia in base al reddito individuale, avremo che le somme aggiuntive c he si otterranno sono le seguenti. 

L’ammontare della quattordicesima

a. Se la fascia reddituale è inferiore a 1,5 volte la pensione minima, la quattordicesima spettante sarà pari a 437,00 euro. Ciò, se gli anni di contribuzione sono pari o inferiori a 15 (18 per gli autonomi). b. Se, invece, gli anni di contribuzione sono superiori a 15 ma pari o inferiori a 25, spetteranno 546,00 euro. c. Oltre venticinque anni di contribuzione (28 autonomi), la quattordicesima aumenta a 655,00 euro. Gli importi per la fascia reddituale tra 1,5 e 2 volte la pensione minima, sono invece pari ad: 1. euro 336,00, con più di 15 anni di contribuzione. 2. Euro 420,00 euro se gli anni di contribuzione sono superiori a 15 ma inferiori a 25. 3. Euro 504,00 euro se gli anni di contribuzione siano superiori a 25. 

Una delle detrazioni fiscali previste dalla legge è quella per familiari a carico. La questione è quantomai interessante in periodo di scadenza della dichiarazione dei redditi. Sicchè, in caso di figli a carico, si può ottenere una detrazione dell’imposta IRPEF che varia in base alla condizione familiare. Ebbene, ecco come funziona la detrazione fiscale per familiari a carico da indicare nel 730. Il beneficio, infatti, non è previsto per tutte le famiglie, essendo necessario rispettare determinati limiti di reddito. Inoltre, rileva anche l’età dei familiari a carico.

Come funziona la detrazione fiscale per familiari a carico da indicare nel 730

La detrazione per familiari a carico viene riconosciuta in base ad una condizione oggettiva che riguarda il nucleo familiare del contribuente. Quindi: presenza di familiari fiscalmente a carico e possesso di un reddito complessivo non superiore a 95.000 euro. La detrazione viene applicata direttamente in busta paga da parte del datore di lavoro, in qualità di sostituto di imposta. L’ammontare di essa viene calcolato in virtù della composizione del nucleo familiare, come indicata dal dipendente. Inoltre, quest’ultimo dovrà attestare il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per la fruizione del beneficio.

Quanto spetta per ogni familiare a carico

L’ammontare della detrazione fiscale, come anticipato, non è fisso. Esso, infatti, varia in base al reddito, al numero dei figli a carico e all’eventuale presenza di disabilità. In particolare, la detrazione minima attribuibile è la seguente: 1.220 euro, per figlio fino a 3 anni e 950 euro, per figlio di età pari o superiore. Se, poi, il contribuente ha più di tre figli a carico, i predetti importi aumenteranno di 200 euro per ogni figlio. Inoltre, in caso di figlio disabile si ha diritto all’ulteriore importo di 400 euro. Se, però, il reddito complessivo superi il limite di 95.000 euro annui, si perde il diritto alla detrazione. 

Cosa significa “fiscalmente a carico” 

Ma, ci chiederemo: “ quando una persona è considerata, per legge, fiscalmente a carico?”. In base all’attuale disciplina, una persona è a carico di un suo familiare quando il suo reddito complessivo è uguale o inferiore ad euro 2.840,51. Per quest’ultimo si intende il reddito lordo. Nel caso di figli di età fino a 24 anni, il predetto limite reddituale è aumentato a 4.000 euro. Ne deriva che requisito minimo per ottenere la detrazione è, unicamente, il  rispetto del limite reddituale, non rilevando l’età anagrafica. Quest’ultima, infatti, rileverà solo ai fini dell’ammontare del beneficio. 

Chi ha chiesto un mutuo per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa, dovrebbe sapere che ha diritto alla detrazione de gli interessi sul mutuo. Infatti, ogni rata di restituzione del mutuo comprende sia una quota di capitale che gli interessi. In genere, i piani di ammortamento prevedono una quota degli interessi maggiore sulle prime rate. Ne deroga che all’inizio si pagano soprattutto gli interessi. A fronte di ciò, la legge offre importanti agevolazioni fiscali in caso di mutuo sull’abitazione principale. In particolare, è possibile detrarre il 19% degli interessi annuali corrisposti, fino ad un limite di 4.000 euro. Vediamo, pertanto, quali sono le agevolazioni fiscali per chi acquista o ristruttura la prima casa. 

Quali sono i criteri per la detrazione degli interessi

Ai fini della detrazione degli interessi sul mutuo sia per l’acquisto che per la ristrutturazione della prima casa, deve ricorrere la seguente condizione. Cioè che il richiedente stabilisca la residenza nell’immobile entro 1 anno dall’acquisto o entro 2 anni dal termine dei lavori di ristrutturazione. La detrazione spetta anche se il mutuo sia stato chiesto per ristrutturare la casa di un familiare. In tal caso, questi deve trasferirvi la residenza entro 6 mesi dal termine dei lavori. 

Quali sono le agevolazioni fiscali per chi acquista o ristruttura la prima casa

Per quanto riguarda, invece, l’ammontare della detrazione Irpef essa è pari al 19% sul totale degli interessi passivi e degli oneri accessori pagati nell’anno d’imposta. Negli oneri accessori rientrano tutte le spese connesse all’erogazione del mutuo e quindi anche quelle notarili, le spese di istruttoria della banca, ecc. Il tutto, fino ad un massimo di 4.000 euro di spesa. Il che significa che il massimo della detrazione conseguibile sarà si euro 760, che è il 19% di 4.000 euro. La detrazione si ottiene riportando l’importo degli interessi pagati nel modello 730. In particolare, il quadro E contiene un’apposita sezione per le detrazioni d’imposta, al rigo E7. Chi, invece, utilizza il modello Unico dovrà compilare il quadro RP inserendo le medesime informazioni.

Le cantine e i garage, nonostante siano pertinenze dell’appartamento, vengono considerate ai fini della tassa rifiuti. Questa, infatti, viene determinata in base alla loro ampiezza. Ciò in quanto la TARI deve essere pagata su ogni locale o area scoperta che possa, anche solo potenzialmente, produrre rifiuti. Tuttavia, se di fatto, non utilizziamo una o più pertinenze e quindi per esse non produciamo rifiuti, siamo costretti ugualmente a pagare? In quest’articolo ci occuperemo proprio di capire come fare per non pagare la TARI su cantine e garage. 

Vediamo come fare per non pagare la TARI su cantine e garage

Ebbene, in via di principio, i locali non utilizzabili possono essere esonerati dal pagamento di questo tributo. Tuttavia,  è necessario che il proprietario o il possessore forniscano prove che dimostrino che il bene non produce rifiuti. In particolare, il pagamento della Tari non è dovuto se il bene versa in una condizione di oggettiva inutilizzabilità. In tal modo, è chiaro che esso è anche inidoneo a produrre rifiuti. Sicchè, il criterio utilizzato per stabilire l’idoneità del bene a generare rifiuti è la presenza di un’utenza attiva o di mobilio ed arredi. Per utenze si intende: luce, gas e telefono. Il contribuente, quindi, può richiedere l’esonero dal pagamento della Tari se dimostra che la cantina non ha nemmeno un’utenza attivata o manca di mobilio. 

Come non pagare la TARI

In conclusione, per non pagare la Tari, non rileverà la decisione soggettiva bensì l’oggettiva impossibilità di utilizzo del bene. Ossia, rilevano quei dati oggettivi che ne dimostrano la concreta inutilizzabilità. Inoltre, prima di procedere a chiedere l’esonero TARI, occorre controllare cosa hanno stabilito i Comuni a riguardo. Infatti, ciascuno ha la possibilità di predisporre in materia un apposito regolamento Comunale. In quest’ultimo, è contenuta la disciplina che prevede i casi di esonero dal pagamento del tributo sui rifiuti. Nella specie, nel regolamento vengono forniti dei criteri per stabilire quando il bene debba essere reputato inutilizzabile.  

Come sappiamo, i lavoratori subordinati pagano le tasse sul proprio stipendio, attraverso trattenute fatte direttamente dal datore di lavoro. Esse assumono il nome di trattenute proprio perchè non vengono percepite fin dall’inizio dal lavoratore. Dette somme, vengono calcolate dall’azienda che le detrae dallo stipendio per versarle agli enti competenti. Le principali trattenute sono: l’Irpef, la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore. Poi, abbiamo: la quota di contributi a fondi sanitari, previdenziali o bilaterali a carico del lavoratore ed, infine, eventuali trattenute per ore di assenza ingiustificata. Tuttavia, esistono 4 ipotesi in cui non scatta la trattenuta sullo stipendioIl nostro stipendio è importante quindi è importante sapere in quali casi in non viene tassato!

I 4 casi in cui non scatta la trattenuta dallo stipendio

I  compensi non soggetti a tassazione sono emolumenti non aventi natura retributiva. In questa categoria rientrano, in primis, i rimborsi spese, come ad esempio quelle di trasferta. Sicchè, il datore di lavoro dispone il pagamento del rimborso ma non opera la trattenuta. In secondo luogo, ci sono i buoni pasto. Si tratta di titoli di acquisto che consentono al dipendente di comprare un pasto oppure di fare spesa nei negozi convenzionati. In questa seconda ipotesi, però, ci sono dei limiti di spesa entro i quali opera la detassazione. In particolare, l’esenzione riguarda i buoni pasto cartacei, entro il limite massimo di 4 euro giornalieri e quelli elettronici nel limite di 8. 

Il nostro stipendio è importante quindi dobbiamo sapere in quali casi in non viene tassato!

Gli altri due casi in cui i compensi non subiscono trattenute sono: i fringe benefit e le indennità di trasferta. I primi, lo sono fino ad un importo massimo di euro 258,23. Per fringe benefit si intende beni corrisposti dal datore di lavoro al dipendente, come: buoni spesa e buoni benzina. Poi anche: voucher per il commercio elettronico e ricariche telefoniche.

L’ultimo caso in cui non scatta la trattenuta sullo stipendio

Infine, abbiamo l’indennità di trasferta, che è una somma volta a compensare il disagio dovuto allo spostamento temporaneo della sede di lavoro. Anche in questo caso, l’esenzione fiscale opera entro determinate soglie. Ebbene, per le trasferte in Italia e fuori dal comune di residenza nei limiti di 46,48 euro giornalieri. Per quelle all’estero, invece, il limite massimo è di euro 77,47. Dette somme, dunque, saranno indicate in busta paga ma non soggette ad alcuna trattenuta.

Tutti i lavoratori sono tenuti al versamento dei contributi previdenziali per l’attività svolta. L’unica eccezione è rappresentata dal lavoro autonomo occasionale, nei limiti dei 5.000 euro. Per contributi si intende delle somme accantonate dagli enti di previdenza si fini pensionistici. Esse sono dovute normalmente in base al reddito del lavoratore. Il versamento di siffatte somme spetta, per legge, al datore di lavoro in caso di dipendenti e collaboratori. Invece, in caso di lavoro autonomo, obbligati al versamento sono gli stessi lavoratori. Poiché, dunque, la questione è di centrale importanza, tutti dovrebbero sapere cosa succede se non si versano dei contributi INPS. I soggetti obbligati, come indicato, i datori di lavoro o gli stessi lavoratori, se autonomi!

Cosa succede se non si versano i contributi INPS

Ebbene, se il versamento dei contributi non avviene, chi è obbligato è suscettibile di sanzioni. Queste possono essere penali, civili e amministrative, a seconda della gravità dell’omissione. Ebbene, nel caso di omessi versamenti per un importo inferiore a 10.000 euro, si applica luna sanzione amministrativa pecuniaria. Il suo importo può variare tra i 10.000 e 50.000 euro, a seconda delle circostanze. Invece, per importi superiori, scatta il relativo reato, punito con la reclusione cibo a 3 anni e con la multa fino ad euro 1.032. Naturalmente, poi, chi omette di ottemperare a questo obbligo di legge sarà raggiunto da procedure coattive di recupero del credito. Si  pensi ai pignoramenti immobiliari, del conto corrente e dello stipendio.

Tutti dovrebbero sapere cosa succede in caso di mancato versamento dei contributi INPS 

Ma, vediamo, nello specifico, cosa succede se l’INPS si accorge del mancato pagamento dei contributi. L’ente previdenziale notificherà un avviso di addebito, che è un atto immediatamente esecutivo. Esso è simile ad una cartella di pagamento. L’INPS, infatti, non ha bisogno di emettere una cartella esattoriale. Questo perchè con l’avviso di pagamento ha il potere di procedere direttamente ad esecuzione forzata. Con detto avviso, il debitore è invitato a corrispondere l’importo dovuto entro 60 giorni dalla notifica. L’INPS, inoltre, provvede a trasmettere l’avviso anche all’Agente della Riscossione per via telematica. Sicchè, in difetto di pagamento, quest’ultimo recupererà coattivamente le somme dovute.

Per avere chiara la situazione dobbiamo sapere che non sono solo le grandi movimentazioni di capitali verso l’estero a destare sospetto. Infatti, anche i medi e piccoli trasferimenti di danaro possono generare un accertamento. Al di là, tuttavia, del formale controllo del Fisco, dobbiamo sapere che tutte le attività che poniamo in essere sul conto corrente sono “trasparenti”. Con ciò intendiamo dire che tramite il Registro dei rapporti tributari, l’esattore può controllare tutte le movimentazioni in entrata e in uscita. Quindi, tutto ciò che accade sui nostri conti correnti è tacciabile e può motivare un accertamento. Ecco, dunque, quali sono le movimentazioni da non fare per evitare i controlli del Fisco sui nostri conti correnti!

Le operazioni che destano sospetto e possono far scattare i controlli del Fisco

Anzitutto, abbiamo i bonifici. Al riguardo, dobbiamo sapere che tutti i versamenti in banca o i bonifici ricevuti si presumono reddito fino a prova contraria. Detta prova contraria ricadrà sul contribuente. Sicchè, chi riceve un bonifico lo dovrà inserire nella dichiarazione dei redditi. In alternativa, dovrà poter dimostrare che si tratti di somme non soggette a tassazione. Tali sono, ad esempio: quelle derivanti dalla vendita di beni usati, come un’auto o un mobile antico. Poi, ci sono le vincite da gioco che subiscono già la ritenuta alla fonte. Ancora, abbiamo le donazioni ricevute dai parenti stretti come coniuge, figli, genitori, tassabili solo per importi molto elevati. Non vanno poi dichiarati perchè non soggetti a tassazione: i rimborsi spesa e i risarcimenti del danno.

Ecco quali sono le movimentazioni da non fare per evitare i controlli del Fisco sui nostri conti correnti!

In secondo luogo, come operazioni potenzialmente sospette, abbiamo i versamenti in contanti sul conto corrente. Anche qui, ricorre la presunzione che si tratti di redditi tassabili. Sicchè, il contribuente che non riporta tali somme nella dichiarazione dei redditi deve dimostrare che sono esenti da tassazione o già tassate alla fonte. Altra operazione che non convince il Fisco sono i trasferimenti di danaro tra marito e moglie, soprattutto se frequenti. Sicché, anche in questo caso, l’Agenzia delle Entrate può notificare direttamente un accertamento. Ciò senza dare la possibilità al contribuente di difendersi preventivamente in sede amministrativa. Stessa sorte è quella dei bonifici periodici. Anche in questo caso, scattano le presunzioni di cui detto e le somme ricevute si presumono redditi, tassabili fino a prova contrar

Tra opinioni contrapposte, alla fine ha vinto la Pace Fiscale nel decreto Sostegni, che ha sostituito il Decreto Ristori. Quindi, nonostante le opinioni contrarie, si è andati nella direzione dei contribuenti. Sicchè, il nuovo decreto fiscale contiene: il saldo e stralcio per le cartelle esattoriali che contengono debiti, a partire dal 2015 e fino a 5.000 euro. Inoltre, ha stabilito la rottamazione per tutte le altre. Esso, come sappiamo  ha recato con sè la proroga per il pagamento delle rate della rottamazione. Il tutto,  per consentire ai contribuenti di avvalersi delle novità messe in campo. Infatti, al 28 febbraio erano fissate scadenze sia per il pagamento delle rate della rottamazione ter sia per il saldo e stralcio. Senonchè, la decisione è stata motivata, prevalentemente, dalla necessità di snellimento delle procedure. Inoltre, si sono  considerate le difficoltà di pagare le tasse, cui sono andati incontro moltissimi contribuenti a causa del Covid. 

Alla fine ha vinto la pace fiscale   

Dunque, ricapitolando, il nuovo Decreto Sostegni ha introdotto il saldo e stralcio per le cartelle emesse dal 2015 fino a 5mila euro. Con questa misura, il Governo, è andato incontro ai contribuenti che hanno un debito fino a quella cifra. Nello stesso tempo ha snellito il lavoro dell’Agenzia delle Entrate, oberata di migliaia e migliaia di cartelle. Si tratterebbe, inoltre, di un passo in avanti rispetto al precedente saldo e stralcio. Infatti, con questa Pace Fiscale, l’importo delle cartelle cancellate non si ferma a 1000 euro come in passato. Essa arriva ad abbatterle per un ammontare fino a 5000 euro. A questa misura, si è associata la rottamazione per le cartelle di importo superiore. Essa implica la rateizzazione degli importi a debito, in 2 anni, senza interessi né sanzioni. A breve, ci sarà lo stralcio effettivo delle cartelle per cui è intervenuta la sanatoria. Sicchè, solo dopo l’ufficializzazione dello stralcio, si potrà fare un estratto debitorio per riscontrarne la cancellazione. Comunque, l’importante è che, alla fine, abbia vinto la Pace Fiscale nel decreto Sostegni.

Finalmente dopo anni di lavoro si può accedere alla tanto attesa pensione. Il termine del rapporto di lavoro per maturazione delle condizioni per il pensionamento comporta anche un altro vantaggio. Esso consiste nell’ottenimento di una somma spettante in virtù della cessazione del rapporto di lavoro. Si tratta del TFR o TFS a seconda che si tratti di contratto di lavoro contrattualizzato o meno. Un aspetto particolarmente interessante è quando si ha il diritto di ottenere detta somma a titolo di liquidazione. Quindi, quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici?

Tempi per ottenere il pagamento del TFS

Ebbene, in caso di cessazione per inabilità e decesso, il lavoratore otterrà la somma entro 105 giorni dalla fine del rapporto di lavoro. Vi sono casi, invece, in cui la somma va corrisposta entro 12 mesi e 90 giorni dal termine del rapporto. Ciò avviene: in caso di cessazione per fine contratto a tempo determinato e per raggiunti limiti di età. Inoltre, detto termine deve decorrere in caso di risoluzione unilaterale da parte del datore di lavoro, se il lavoratore raggiunge i requisiti per la pensione anticipata. In caso di dimissioni volontarie, licenziamento o destituzione dall’impiego, la somma, invece, spetta entro 24 mesi e 90 giorni dal termine del rapporto. Poi, se la cessazione avviene prima del limite ordinamentale, con un’anzianità contributiva almeno pari a 18 anni, il pagamento avviene entro 24 mesi dal termine del rapporto. 

Pensione attraverso il sistema Quota 100

Ebbene, per capire quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici, facciamo qualche chiarimentoVediamo, adesso, l’ipotesi specifica di accesso alla pensione attraverso il sistema Quota 100. Ebbene, in tal caso, i termini di pagamento decorrono dal momento in cui il diritto alla pensione sarebbe maturato. Tale valutazione avviene sulla base dei requisiti previsti per il trattamento di vecchiaia o anticipato. Il tutto, tenendo conto degli adeguamenti dei requisiti pensionistici parametrati alla speranza di vita.

Come vengono corrisposte le somme del TFS

Sempre per rispondere alla domanda su quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici, vediamo nello specifico il primo come viene corrisposto. Ebbene, il pagamento avviene in un’unica soluzione se l’ammontare è pari o inferiore a 50mila euro. Se, invece, l’importo va dai 50.000 e i 100.000 euro, avremo due rate annuali. Infine, se l’importo è superiore a 100.000 euro, la somma viene erogata in tre rate annuali. 

Abbassare legalmente l’ISEE è possibile in modo perfettamente legale ma bisogna vedere se ne vale la pena. Esso è, infatti, l’indicatore della situazione economica delle famiglie che serve per ottenere determinati benefici statali. Si tratta, infatti, del principale criterio prescelto per accertare se le famiglie hanno diritto a prestazioni per il sostegno del reddito erogate dallo Stato. Non a caso, ci sono prestazioni erogate solo a chi non superi una certa soglia ISEE. In altre, invece, l’importo maggiore o minore della prestazione assistenziale, è calibrato in base all’ISEE. i pensi al bonus bebè, al Reddito di Cittadinanza ecc. In definitiva vediamo come abbassare l’ISEE. Questi sono i 3 sorprendenti metodi legali per far risultare l’ISEE più basso. Utilizzandoli, potremo evitare di perdere quei benefici statali che tanto ci servono per la nostra ripresa. 

I 3 metodi per far risultare l’ISEE più basso

Anzitutto, vediamo sulla base di quali criteri viene redatto l’ISEE. Nella specie, si tiene conto di redditi e patrimoni relativi ai 2 anni precedenti. Quindi, ad esempio, per l’ISEE 2021, rilevano i redditi e i patrimoni sussistenti nel 2019. La prima soluzione per abbassarlo è quella di intervenire sulla giacenza media dei conti correnti. In che modo? Basta la cointestazione di un conto corrente bancario o postale. In questo modo, la giacenza media che serve per calcolare l’ISEE rileverà per la metà dell’importo, che è la quota di spettanza. Tuttavia, perché ciò accada, è necessario che la contestazione avvenga con una persona esterna al nucleo familiare. Diversamente, la manovra non avrà alcun senso perchè rileverà ugualmente anche il reddito del cointestatario. 

Secondo metodo per far risultare l’ISEE più basso 

Il secondo metodo consiste nell’intervenire sui beni immobili non abitati. Poiché, dunque, questi aumentano l’ISEE, conviene concederli in usufrutto. La nuda proprietà, infatti, non rientra nel calcolo dell’ISEE.

Terzo metodo per abbassare lISEE 

La terza via, che è la più battuta, consiste nel richiedere l’ISEE corrente. In questo modo, anziché tenersi conto di redditi e patrimoni di 2 anni prima, si considerano quelli dell’anno precedente. Ne deriva che se la situazione economica è più svantaggiosa nel 2020 rispetto al 2019, conviene richiedere l’ISEE corrente. In definitiva, questi sono i 3 sorprendenti metodi legali per far risultare l’ISEE più basso. Ciò, in modo da evitare di perdere quei benefici statali che tanto ci servono per la nostra ripresa!