Quando acquistiamo la prima casa, ci sono numerose agevolazioni delle quali potremmo beneficiare. Talvolta, però, può accadere che non conoscendole, finiamo per perdere la possibilità di avvalercene. In particolare, la legge consente di recuperare parte dei costi fissi del finanziamento. Si pensi a: interessi, oneri accessori di stipula del contratto e correlati al versamento della mensilità. Ebbene, qui scopriremo come ottenere lo sconto fiscale del 19% sulle rate del mutuo prima casa, indicandole correttamente nel 730. In esso o nel Modello Unico, si possono indicare le spese di incasso della rata del mutuo. Inoltre, accanto ad esse, coperte dal beneficio sono tutte le altre sulle quali l’Agenzia delle Entrate riconosce la detrazione. Ma, vediamo, nel dettaglio di quali spese si tratta. 

Spese detraibili del mutuo prima casa 

Le spese detraibili del mutuo prima casa sono le seguenti: 1) gli interessi passivi del finanziamento; 2) gli oneri accessori alla stipula del contratto, come i costi di mediazione della banca o di altri soggetti abilitati. Poi, vi sono: gli oneri fiscali, che includono l’imposta per l’iscrizione o la cancellazione dell’ipoteca e quella sostitutiva sul capitale prestato; 3) i costi di preammortamento; 4) le spese legate alla perizia tecnica dell’immobile; 5) le spese di istruttoria; 6) le spese del notaio che riguardano la stipula del contratto e le altre pratiche legate al mutuo. Veniamo, adesso al chiarimento su come detrarre queste spese. Ebbene, esse vanno indicate nel 730, al rigo E7, per un massimo di 4.000 euro. Da questa somma occorre detrarre il 19% del costo effettivamente sostenuto. Sicchè, si potrà recuperare fino a 760 euro all’anno.

Scopriamo come ottenere lo sconto fiscale del 19% sulle rate del mutuo prima casa, indicandole correttamente nel 730

Per ottenere la detrazione del 19%, è necessario consegnare al Caf o all’intermediario che si occupano del 730 o del Modello Unico, i seguenti documenti: 1) il contratto di mutuo; 2) l’atto di compravendita della casa; 3) la certificazione degli interessi passivi rilasciata dalla banca; 4) i documenti relativi a tutti i costi sostenuti per ottenere il mutuo. La documentazione non serve per essere allegata alla dichiarazione ma va detenuta in caso di eventuale controllo del Fisco. Anche per gli anni successivi al primo, fino ad estinzione del mutuo, si potranno detrarre gli interessi passivi. A tal uopo, serve solo la certificazione aggiornata relativa agli interessi stessi.

In caso di debiti con il Fisco, qualcuno potrebbe pensare alla scappatoia del fondo patrimoniale. La preoccupazione potrebbe sorgere soprattutto se si è intestatari di beni immobili e si voglia preservarli. Il costo dell’operazione notarile, poi, non è esorbitante, aggirandosi intorno ai 1000 euro. Si tratterebbe, comunque, di una somma inferiore a quella che occorrerebbe per impugnare tutte le cartelle esattoriali. Comunque, sarebbe un’opzione da preferire all’eventuale azione esecutiva da parte del Fisco. Molti, comunque, si chiedono se, effettivamente, il Fisco possa o meno pignorare la casa inserita nel fondo patrimoniale. Quindi, a prima cosa che dobbiamo capire, è se l’operazione di immissione nel fondo, servirà a salvare la casa. La risposta è stata fornita dalla Cassazione con l’ordinanza n. 8881 del 2018, che esamineremo nel dettaglio. 

Cosa ha stabilito la Cassazione in proposito

Nonostante il fondo patrimoniale rappresenti una sorta di scudo dei beni in esso inseriti, esso non li rende sempre impermeabili. Ciò non accade, infatti, quando il debito sia stato contratto per far fronte alle esigenze della famiglia. Quindi, i beni saranno pignorabili dai creditori, tutte le volte che la causa del credito sia connessa a dette esigenze. Si pensi ad esempio: alle spese condominiali, al mutuo per acquistare la casa stessa, oppure alle spese di studio. In questo elenco, rientrano anche le imposte collegate ai suddetti bisogni. Questo significa che, quando un contribuente non paga le tasse collegate al reddito o all’impresa, il fondo patrimoniale non serve. Infatti, la casa in esso inserita, sarà comunque pignorabile in qualsiasi momento, anche a distanza di anni. A fronte di ciò, grava sul debitore, l’eventuale prova contraria circa l’estraneità del debito “dai bisogni della famiglia”.

Il Fisco può pignorare la casa inserita nel fondo patrimoniale?

Chiarito che la casa è pignorabile nonostante il fondo patrimoniale, soffermiamoci sulla data di contrazione del debito. Ebbene, riguardo a questo aspetto, la Cassazione ha chiarito essere irrilevante anche la data del debito. Cioè, la casa sarebbe ugualmente pignorabile. E ciò, sia che il debito tributario sia anteriore sia che sia posteriore alla costituzione del fondo patrimoniale. L’unica eccezione a tutto quanto detto, ricorre nell’ipotesi di prima casa, che non è pignorabile dall’Agente della Riscossione. Ciò vale a meno che la casa non sia accatastata come immobile di lusso. 

Le domande di esonero dei contributi INPS partiranno da oggi, 25 agosto 2021, fino al 30 settembre 2021. Beneficiari della misura sono i titolari di Partita IVA, ossia i lavoratori autonomi iscritti all’INPS e i professionisti con cassa. Essi potranno ottenere l’esonero parziale dai contributi fino ad un massimo di 3.000 euro. Il tutto, nel rispetto di determinati requisiti reddituali e di calo del fatturato, previsti dalla legge. Con il messaggio del 20 agosto n. 2909, l’INPS ha pubblicato le istruzioni per effettuare la domanda. Il modello per presentarla varia in base alla Gestione INPS di appartenenza ed è rinvenibile online all’interno del Cassetto Previdenziale. Ma, vediamo, più nel dettaglio come ottenere l’esonero previsto e come fare la domanda di esonero dei contributi INPS, a partire da oggi. 

Beneficiari dell’esonero contributivo

Le categorie che possono beneficiare della misura, attiva a partire dal 25 agosto, sono le seguenti: 1. i lavoratori appartenenti alle Gestioni INPS artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e mezzadri; 2. gli iscritti alla Gestione separata INPS, compresi professionisti e altri operatori sanitari anche se collocati in pensione. La domanda va presentata entro il 30 settembre, tramite il Cassetto previdenziale. Nella medesima, il richiedente dovrà autodichiarare il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per l’accesso all’esonero contributivo. In particolare, i requisiti sono i seguenti: a. calo di fatturato o corrispettivi, pari almeno al 33% nel 2020 rispetto al 2019; b. reddito complessivo non superiore a 50.000 euro. Inoltre, il richiedente non deve essere titolare di un contratto di lavoro subordinato e di pensione diretta. L’unica eccezione è rappresentata dall’assegno ordinario di invalidità o altri emolumenti, sempre legati all’invalidità. 

Come fare la domanda di esonero dei contributi INPS a partire da oggi

Vediamo come fare la domanda di esonero dei contributi INPS, a partire da oggi. Anzitutto, i requisiti relativi al calo di fatturato non si applicano ai titolari di partita IVA che abbiano avviato l’attività nel 2020. Nel modulo di domanda bisognerà, autodichiarare, sotto la propria responsabilità, il possesso dei requisiti richiesti. Quindi, dichiarare di: non ricadere in una delle cause di incompatibilità ed essere in regola con il versamento dei contributi obbligatori. Inoltre, è necessario non avere superato l’importo individuale di aiuti statali a sostegno dell’economia per l’emergenza da COVID-19. Per la presentazione della domanda, inoltre, l’accesso al Cassetto previdenziale potrà avvenire tramite le solite credenziali. Si tratta, cioè, dei pin, ordinario e dispositivo, rilasciati dall’INPS. In alternativa, occorre lo SPID oppure: la Carta di Identità Elettronica o la Carta Nazionale dei Servizi. 

I reati tributari possono comportare il sequestro dei beni del debitore, già nella fase delle indagini preliminari. Quindi, come misura preventiva rispetto alla confisca, il sequestro è possibile già in presenza della notizia di reato. Si tratta del momento in cui la Guardia di Finanza o l’Agenzia delle Entrate  trasmettono la notizia di reato alla Procura della Repubblica. Quindi, il sequestro è preordinato alla confisca, che in caso di condanna, sottrarrà definitivamente i beni all’autore del reato tributario. Ma vediamo più specificamente, quando ciò avviene con riferimento agli immobili. Ecco, quindi, i casi in cui avviene il sequestro della casa per evasione fiscale. Ultimamente la Cassazione ha reputato che il vincolo restrittivo può colpire anche l’unico immobile di proprietà del debitore. Quindi, la prima casa non è sequestrabile in caso di debiti tributari non pagati e iscritti a ruolo per un importo superiore a 120.000 euro. Invece, oltre questo importo, è consentito anche il sequestro della prima casa, configurandosi il reato di evasione fiscale.  

Ecco i casi in cui avviene il sequestro della casa per evasione fiscale

Quindi, è chiaro che il sequestro è possibile solo quando l’evasione diventa reato. Tuttavia, a seconda del comportamento posto in essere, cambia l’importo di riferimento che fa scattare il reato. In particolare, in caso di dichiarazione infedele, il reato si configura se l’ammontare sottratto è maggiore di 150.000 euro. Invece, in caso di omessa dichiarazione, basta superare 50.000 euro. Inoltre, in caso di emissione di fatture per operazioni inesistenti, il reato sussiste a prescindere dall’importo. La Cassazione ha, inoltre, precisato che il sequestro può avvenire anche sui beni alienati a terzi per sottrarli al Fisco. Quindi, qualsiasi manovra fraudolenta non servirà per sottrarre i beni alle grinfie dell’Erario, soprattutto quando ricorrano i reati enunciati. 

Conclusioni

In conclusione, se il debito tributario non integra un reato, il Fisco non può, di regola, pignorare la prima casa. All’opposto, potrà sequestrarla e poi confiscarla se ricorre uno dei reati indicati. Di conseguenza, è sempre consigliabile non arrivare ad accumulare debiti che esuberano le soglie indicate per l’evasione fiscale. Inoltre, è consigliabile non incorrere in quei reati per cui la soglia si abbassa o è inesistente. Quando, infatti, aumentano i debiti con il Fisco conviene ricorrere alle sanatorie e alle rottamazioni a disposizione, oppure alle transazioni. Infatti, viene sempre premiato il ravvedimento operoso che ricorre quando si tentano le vie amichevoli per saldare i debiti fiscali. 

A luglio, circa 3 milioni di pensionati riceveranno in automatico un bonus, in presenza dei requisiti previsti dalla legge. Lo ha annunciato l’INPS con il messaggio n. 2407 del 2021. Si tratta di una somma aggiuntiva alla pensione che verrà erogata a favore di alcuni fortunati. E’ in arrivo, quindi, il Bonus Quattordicesima sulle pensioni entro il 31 luglio! Ma a chi è  riservato questo trattamento? Ebbene, si tratta dei quei pensionati che a luglio abbiano compiuto i 64 anni e abbiano un particolare requisito reddituale. Cioè, posseggano redditi non eccedenti 2 volte il trattamento minimo. L’importo della quattordicesima varierà in base al reddito e all’anzianità contributiva di ciascuno. Come indicato, il premio arriverà a sorpresa in quanto non è necessario fare domanda. Sarà l’INPS ad assegnarlo d’ufficio. 

In arrivo il Bonus Quattordicesima sulle pensioni 

Abbiamo visto che il requisito anagrafico per ottenere il bonus è il compimento dei 64 anni di età. Quindi, ne beneficeranno i pensionati dai 64 anni in poi. Per quanto riguarda, invece, il requisito reddituale, vediamo più nel dettaglio quando ricorre. Ebbene, lo schema dei limiti reddituali previsti per l’anno 2021, è il seguente: euro 10.053,81 per chi si colloca nella fascia di reddito inferiore a 1,5 volte il trattamento minimo. Il limite reddituale è, invece, di euro 13.405,08 per la fascia compresa tra 1,5 e 2 volte la pensione minima. Di conseguenza, poiché l’ammontare della quattordicesima varia in base al reddito individuale, avremo che le somme aggiuntive c he si otterranno sono le seguenti. 

L’ammontare della quattordicesima

a. Se la fascia reddituale è inferiore a 1,5 volte la pensione minima, la quattordicesima spettante sarà pari a 437,00 euro. Ciò, se gli anni di contribuzione sono pari o inferiori a 15 (18 per gli autonomi). b. Se, invece, gli anni di contribuzione sono superiori a 15 ma pari o inferiori a 25, spetteranno 546,00 euro. c. Oltre venticinque anni di contribuzione (28 autonomi), la quattordicesima aumenta a 655,00 euro. Gli importi per la fascia reddituale tra 1,5 e 2 volte la pensione minima, sono invece pari ad: 1. euro 336,00, con più di 15 anni di contribuzione. 2. Euro 420,00 euro se gli anni di contribuzione sono superiori a 15 ma inferiori a 25. 3. Euro 504,00 euro se gli anni di contribuzione siano superiori a 25. 

Una delle detrazioni fiscali previste dalla legge è quella per familiari a carico. La questione è quantomai interessante in periodo di scadenza della dichiarazione dei redditi. Sicchè, in caso di figli a carico, si può ottenere una detrazione dell’imposta IRPEF che varia in base alla condizione familiare. Ebbene, ecco come funziona la detrazione fiscale per familiari a carico da indicare nel 730. Il beneficio, infatti, non è previsto per tutte le famiglie, essendo necessario rispettare determinati limiti di reddito. Inoltre, rileva anche l’età dei familiari a carico.

Come funziona la detrazione fiscale per familiari a carico da indicare nel 730

La detrazione per familiari a carico viene riconosciuta in base ad una condizione oggettiva che riguarda il nucleo familiare del contribuente. Quindi: presenza di familiari fiscalmente a carico e possesso di un reddito complessivo non superiore a 95.000 euro. La detrazione viene applicata direttamente in busta paga da parte del datore di lavoro, in qualità di sostituto di imposta. L’ammontare di essa viene calcolato in virtù della composizione del nucleo familiare, come indicata dal dipendente. Inoltre, quest’ultimo dovrà attestare il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per la fruizione del beneficio.

Quanto spetta per ogni familiare a carico

L’ammontare della detrazione fiscale, come anticipato, non è fisso. Esso, infatti, varia in base al reddito, al numero dei figli a carico e all’eventuale presenza di disabilità. In particolare, la detrazione minima attribuibile è la seguente: 1.220 euro, per figlio fino a 3 anni e 950 euro, per figlio di età pari o superiore. Se, poi, il contribuente ha più di tre figli a carico, i predetti importi aumenteranno di 200 euro per ogni figlio. Inoltre, in caso di figlio disabile si ha diritto all’ulteriore importo di 400 euro. Se, però, il reddito complessivo superi il limite di 95.000 euro annui, si perde il diritto alla detrazione. 

Cosa significa “fiscalmente a carico” 

Ma, ci chiederemo: “ quando una persona è considerata, per legge, fiscalmente a carico?”. In base all’attuale disciplina, una persona è a carico di un suo familiare quando il suo reddito complessivo è uguale o inferiore ad euro 2.840,51. Per quest’ultimo si intende il reddito lordo. Nel caso di figli di età fino a 24 anni, il predetto limite reddituale è aumentato a 4.000 euro. Ne deriva che requisito minimo per ottenere la detrazione è, unicamente, il  rispetto del limite reddituale, non rilevando l’età anagrafica. Quest’ultima, infatti, rileverà solo ai fini dell’ammontare del beneficio. 

Chi ha chiesto un mutuo per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa, dovrebbe sapere che ha diritto alla detrazione de gli interessi sul mutuo. Infatti, ogni rata di restituzione del mutuo comprende sia una quota di capitale che gli interessi. In genere, i piani di ammortamento prevedono una quota degli interessi maggiore sulle prime rate. Ne deroga che all’inizio si pagano soprattutto gli interessi. A fronte di ciò, la legge offre importanti agevolazioni fiscali in caso di mutuo sull’abitazione principale. In particolare, è possibile detrarre il 19% degli interessi annuali corrisposti, fino ad un limite di 4.000 euro. Vediamo, pertanto, quali sono le agevolazioni fiscali per chi acquista o ristruttura la prima casa. 

Quali sono i criteri per la detrazione degli interessi

Ai fini della detrazione degli interessi sul mutuo sia per l’acquisto che per la ristrutturazione della prima casa, deve ricorrere la seguente condizione. Cioè che il richiedente stabilisca la residenza nell’immobile entro 1 anno dall’acquisto o entro 2 anni dal termine dei lavori di ristrutturazione. La detrazione spetta anche se il mutuo sia stato chiesto per ristrutturare la casa di un familiare. In tal caso, questi deve trasferirvi la residenza entro 6 mesi dal termine dei lavori. 

Quali sono le agevolazioni fiscali per chi acquista o ristruttura la prima casa

Per quanto riguarda, invece, l’ammontare della detrazione Irpef essa è pari al 19% sul totale degli interessi passivi e degli oneri accessori pagati nell’anno d’imposta. Negli oneri accessori rientrano tutte le spese connesse all’erogazione del mutuo e quindi anche quelle notarili, le spese di istruttoria della banca, ecc. Il tutto, fino ad un massimo di 4.000 euro di spesa. Il che significa che il massimo della detrazione conseguibile sarà si euro 760, che è il 19% di 4.000 euro. La detrazione si ottiene riportando l’importo degli interessi pagati nel modello 730. In particolare, il quadro E contiene un’apposita sezione per le detrazioni d’imposta, al rigo E7. Chi, invece, utilizza il modello Unico dovrà compilare il quadro RP inserendo le medesime informazioni.

Le cantine e i garage, nonostante siano pertinenze dell’appartamento, vengono considerate ai fini della tassa rifiuti. Questa, infatti, viene determinata in base alla loro ampiezza. Ciò in quanto la TARI deve essere pagata su ogni locale o area scoperta che possa, anche solo potenzialmente, produrre rifiuti. Tuttavia, se di fatto, non utilizziamo una o più pertinenze e quindi per esse non produciamo rifiuti, siamo costretti ugualmente a pagare? In quest’articolo ci occuperemo proprio di capire come fare per non pagare la TARI su cantine e garage. 

Vediamo come fare per non pagare la TARI su cantine e garage

Ebbene, in via di principio, i locali non utilizzabili possono essere esonerati dal pagamento di questo tributo. Tuttavia,  è necessario che il proprietario o il possessore forniscano prove che dimostrino che il bene non produce rifiuti. In particolare, il pagamento della Tari non è dovuto se il bene versa in una condizione di oggettiva inutilizzabilità. In tal modo, è chiaro che esso è anche inidoneo a produrre rifiuti. Sicchè, il criterio utilizzato per stabilire l’idoneità del bene a generare rifiuti è la presenza di un’utenza attiva o di mobilio ed arredi. Per utenze si intende: luce, gas e telefono. Il contribuente, quindi, può richiedere l’esonero dal pagamento della Tari se dimostra che la cantina non ha nemmeno un’utenza attivata o manca di mobilio. 

Come non pagare la TARI

In conclusione, per non pagare la Tari, non rileverà la decisione soggettiva bensì l’oggettiva impossibilità di utilizzo del bene. Ossia, rilevano quei dati oggettivi che ne dimostrano la concreta inutilizzabilità. Inoltre, prima di procedere a chiedere l’esonero TARI, occorre controllare cosa hanno stabilito i Comuni a riguardo. Infatti, ciascuno ha la possibilità di predisporre in materia un apposito regolamento Comunale. In quest’ultimo, è contenuta la disciplina che prevede i casi di esonero dal pagamento del tributo sui rifiuti. Nella specie, nel regolamento vengono forniti dei criteri per stabilire quando il bene debba essere reputato inutilizzabile.  

Come sappiamo, i lavoratori subordinati pagano le tasse sul proprio stipendio, attraverso trattenute fatte direttamente dal datore di lavoro. Esse assumono il nome di trattenute proprio perchè non vengono percepite fin dall’inizio dal lavoratore. Dette somme, vengono calcolate dall’azienda che le detrae dallo stipendio per versarle agli enti competenti. Le principali trattenute sono: l’Irpef, la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore. Poi, abbiamo: la quota di contributi a fondi sanitari, previdenziali o bilaterali a carico del lavoratore ed, infine, eventuali trattenute per ore di assenza ingiustificata. Tuttavia, esistono 4 ipotesi in cui non scatta la trattenuta sullo stipendioIl nostro stipendio è importante quindi è importante sapere in quali casi in non viene tassato!

I 4 casi in cui non scatta la trattenuta dallo stipendio

I  compensi non soggetti a tassazione sono emolumenti non aventi natura retributiva. In questa categoria rientrano, in primis, i rimborsi spese, come ad esempio quelle di trasferta. Sicchè, il datore di lavoro dispone il pagamento del rimborso ma non opera la trattenuta. In secondo luogo, ci sono i buoni pasto. Si tratta di titoli di acquisto che consentono al dipendente di comprare un pasto oppure di fare spesa nei negozi convenzionati. In questa seconda ipotesi, però, ci sono dei limiti di spesa entro i quali opera la detassazione. In particolare, l’esenzione riguarda i buoni pasto cartacei, entro il limite massimo di 4 euro giornalieri e quelli elettronici nel limite di 8. 

Il nostro stipendio è importante quindi dobbiamo sapere in quali casi in non viene tassato!

Gli altri due casi in cui i compensi non subiscono trattenute sono: i fringe benefit e le indennità di trasferta. I primi, lo sono fino ad un importo massimo di euro 258,23. Per fringe benefit si intende beni corrisposti dal datore di lavoro al dipendente, come: buoni spesa e buoni benzina. Poi anche: voucher per il commercio elettronico e ricariche telefoniche.

L’ultimo caso in cui non scatta la trattenuta sullo stipendio

Infine, abbiamo l’indennità di trasferta, che è una somma volta a compensare il disagio dovuto allo spostamento temporaneo della sede di lavoro. Anche in questo caso, l’esenzione fiscale opera entro determinate soglie. Ebbene, per le trasferte in Italia e fuori dal comune di residenza nei limiti di 46,48 euro giornalieri. Per quelle all’estero, invece, il limite massimo è di euro 77,47. Dette somme, dunque, saranno indicate in busta paga ma non soggette ad alcuna trattenuta.

Tutti i lavoratori sono tenuti al versamento dei contributi previdenziali per l’attività svolta. L’unica eccezione è rappresentata dal lavoro autonomo occasionale, nei limiti dei 5.000 euro. Per contributi si intende delle somme accantonate dagli enti di previdenza si fini pensionistici. Esse sono dovute normalmente in base al reddito del lavoratore. Il versamento di siffatte somme spetta, per legge, al datore di lavoro in caso di dipendenti e collaboratori. Invece, in caso di lavoro autonomo, obbligati al versamento sono gli stessi lavoratori. Poiché, dunque, la questione è di centrale importanza, tutti dovrebbero sapere cosa succede se non si versano dei contributi INPS. I soggetti obbligati, come indicato, i datori di lavoro o gli stessi lavoratori, se autonomi!

Cosa succede se non si versano i contributi INPS

Ebbene, se il versamento dei contributi non avviene, chi è obbligato è suscettibile di sanzioni. Queste possono essere penali, civili e amministrative, a seconda della gravità dell’omissione. Ebbene, nel caso di omessi versamenti per un importo inferiore a 10.000 euro, si applica luna sanzione amministrativa pecuniaria. Il suo importo può variare tra i 10.000 e 50.000 euro, a seconda delle circostanze. Invece, per importi superiori, scatta il relativo reato, punito con la reclusione cibo a 3 anni e con la multa fino ad euro 1.032. Naturalmente, poi, chi omette di ottemperare a questo obbligo di legge sarà raggiunto da procedure coattive di recupero del credito. Si  pensi ai pignoramenti immobiliari, del conto corrente e dello stipendio.

Tutti dovrebbero sapere cosa succede in caso di mancato versamento dei contributi INPS 

Ma, vediamo, nello specifico, cosa succede se l’INPS si accorge del mancato pagamento dei contributi. L’ente previdenziale notificherà un avviso di addebito, che è un atto immediatamente esecutivo. Esso è simile ad una cartella di pagamento. L’INPS, infatti, non ha bisogno di emettere una cartella esattoriale. Questo perchè con l’avviso di pagamento ha il potere di procedere direttamente ad esecuzione forzata. Con detto avviso, il debitore è invitato a corrispondere l’importo dovuto entro 60 giorni dalla notifica. L’INPS, inoltre, provvede a trasmettere l’avviso anche all’Agente della Riscossione per via telematica. Sicchè, in difetto di pagamento, quest’ultimo recupererà coattivamente le somme dovute.