Tutti i lavoratori sono tenuti al versamento dei contributi previdenziali per l’attività svolta. L’unica eccezione è rappresentata dal lavoro autonomo occasionale, nei limiti dei 5.000 euro. Per contributi si intende delle somme accantonate dagli enti di previdenza si fini pensionistici. Esse sono dovute normalmente in base al reddito del lavoratore. Il versamento di siffatte somme spetta, per legge, al datore di lavoro in caso di dipendenti e collaboratori. Invece, in caso di lavoro autonomo, obbligati al versamento sono gli stessi lavoratori. Poiché, dunque, la questione è di centrale importanza, tutti dovrebbero sapere cosa succede se non si versano dei contributi INPS. I soggetti obbligati, come indicato, i datori di lavoro o gli stessi lavoratori, se autonomi!

Cosa succede se non si versano i contributi INPS

Ebbene, se il versamento dei contributi non avviene, chi è obbligato è suscettibile di sanzioni. Queste possono essere penali, civili e amministrative, a seconda della gravità dell’omissione. Ebbene, nel caso di omessi versamenti per un importo inferiore a 10.000 euro, si applica luna sanzione amministrativa pecuniaria. Il suo importo può variare tra i 10.000 e 50.000 euro, a seconda delle circostanze. Invece, per importi superiori, scatta il relativo reato, punito con la reclusione cibo a 3 anni e con la multa fino ad euro 1.032. Naturalmente, poi, chi omette di ottemperare a questo obbligo di legge sarà raggiunto da procedure coattive di recupero del credito. Si  pensi ai pignoramenti immobiliari, del conto corrente e dello stipendio.

Tutti dovrebbero sapere cosa succede in caso di mancato versamento dei contributi INPS 

Ma, vediamo, nello specifico, cosa succede se l’INPS si accorge del mancato pagamento dei contributi. L’ente previdenziale notificherà un avviso di addebito, che è un atto immediatamente esecutivo. Esso è simile ad una cartella di pagamento. L’INPS, infatti, non ha bisogno di emettere una cartella esattoriale. Questo perchè con l’avviso di pagamento ha il potere di procedere direttamente ad esecuzione forzata. Con detto avviso, il debitore è invitato a corrispondere l’importo dovuto entro 60 giorni dalla notifica. L’INPS, inoltre, provvede a trasmettere l’avviso anche all’Agente della Riscossione per via telematica. Sicchè, in difetto di pagamento, quest’ultimo recupererà coattivamente le somme dovute.

Per avere chiara la situazione dobbiamo sapere che non sono solo le grandi movimentazioni di capitali verso l’estero a destare sospetto. Infatti, anche i medi e piccoli trasferimenti di danaro possono generare un accertamento. Al di là, tuttavia, del formale controllo del Fisco, dobbiamo sapere che tutte le attività che poniamo in essere sul conto corrente sono “trasparenti”. Con ciò intendiamo dire che tramite il Registro dei rapporti tributari, l’esattore può controllare tutte le movimentazioni in entrata e in uscita. Quindi, tutto ciò che accade sui nostri conti correnti è tacciabile e può motivare un accertamento. Ecco, dunque, quali sono le movimentazioni da non fare per evitare i controlli del Fisco sui nostri conti correnti!

Le operazioni che destano sospetto e possono far scattare i controlli del Fisco

Anzitutto, abbiamo i bonifici. Al riguardo, dobbiamo sapere che tutti i versamenti in banca o i bonifici ricevuti si presumono reddito fino a prova contraria. Detta prova contraria ricadrà sul contribuente. Sicchè, chi riceve un bonifico lo dovrà inserire nella dichiarazione dei redditi. In alternativa, dovrà poter dimostrare che si tratti di somme non soggette a tassazione. Tali sono, ad esempio: quelle derivanti dalla vendita di beni usati, come un’auto o un mobile antico. Poi, ci sono le vincite da gioco che subiscono già la ritenuta alla fonte. Ancora, abbiamo le donazioni ricevute dai parenti stretti come coniuge, figli, genitori, tassabili solo per importi molto elevati. Non vanno poi dichiarati perchè non soggetti a tassazione: i rimborsi spesa e i risarcimenti del danno.

Ecco quali sono le movimentazioni da non fare per evitare i controlli del Fisco sui nostri conti correnti!

In secondo luogo, come operazioni potenzialmente sospette, abbiamo i versamenti in contanti sul conto corrente. Anche qui, ricorre la presunzione che si tratti di redditi tassabili. Sicchè, il contribuente che non riporta tali somme nella dichiarazione dei redditi deve dimostrare che sono esenti da tassazione o già tassate alla fonte. Altra operazione che non convince il Fisco sono i trasferimenti di danaro tra marito e moglie, soprattutto se frequenti. Sicché, anche in questo caso, l’Agenzia delle Entrate può notificare direttamente un accertamento. Ciò senza dare la possibilità al contribuente di difendersi preventivamente in sede amministrativa. Stessa sorte è quella dei bonifici periodici. Anche in questo caso, scattano le presunzioni di cui detto e le somme ricevute si presumono redditi, tassabili fino a prova contrar

Tra opinioni contrapposte, alla fine ha vinto la Pace Fiscale nel decreto Sostegni, che ha sostituito il Decreto Ristori. Quindi, nonostante le opinioni contrarie, si è andati nella direzione dei contribuenti. Sicchè, il nuovo decreto fiscale contiene: il saldo e stralcio per le cartelle esattoriali che contengono debiti, a partire dal 2015 e fino a 5.000 euro. Inoltre, ha stabilito la rottamazione per tutte le altre. Esso, come sappiamo  ha recato con sè la proroga per il pagamento delle rate della rottamazione. Il tutto,  per consentire ai contribuenti di avvalersi delle novità messe in campo. Infatti, al 28 febbraio erano fissate scadenze sia per il pagamento delle rate della rottamazione ter sia per il saldo e stralcio. Senonchè, la decisione è stata motivata, prevalentemente, dalla necessità di snellimento delle procedure. Inoltre, si sono  considerate le difficoltà di pagare le tasse, cui sono andati incontro moltissimi contribuenti a causa del Covid. 

Alla fine ha vinto la pace fiscale   

Dunque, ricapitolando, il nuovo Decreto Sostegni ha introdotto il saldo e stralcio per le cartelle emesse dal 2015 fino a 5mila euro. Con questa misura, il Governo, è andato incontro ai contribuenti che hanno un debito fino a quella cifra. Nello stesso tempo ha snellito il lavoro dell’Agenzia delle Entrate, oberata di migliaia e migliaia di cartelle. Si tratterebbe, inoltre, di un passo in avanti rispetto al precedente saldo e stralcio. Infatti, con questa Pace Fiscale, l’importo delle cartelle cancellate non si ferma a 1000 euro come in passato. Essa arriva ad abbatterle per un ammontare fino a 5000 euro. A questa misura, si è associata la rottamazione per le cartelle di importo superiore. Essa implica la rateizzazione degli importi a debito, in 2 anni, senza interessi né sanzioni. A breve, ci sarà lo stralcio effettivo delle cartelle per cui è intervenuta la sanatoria. Sicchè, solo dopo l’ufficializzazione dello stralcio, si potrà fare un estratto debitorio per riscontrarne la cancellazione. Comunque, l’importante è che, alla fine, abbia vinto la Pace Fiscale nel decreto Sostegni.

Finalmente dopo anni di lavoro si può accedere alla tanto attesa pensione. Il termine del rapporto di lavoro per maturazione delle condizioni per il pensionamento comporta anche un altro vantaggio. Esso consiste nell’ottenimento di una somma spettante in virtù della cessazione del rapporto di lavoro. Si tratta del TFR o TFS a seconda che si tratti di contratto di lavoro contrattualizzato o meno. Un aspetto particolarmente interessante è quando si ha il diritto di ottenere detta somma a titolo di liquidazione. Quindi, quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici?

Tempi per ottenere il pagamento del TFS

Ebbene, in caso di cessazione per inabilità e decesso, il lavoratore otterrà la somma entro 105 giorni dalla fine del rapporto di lavoro. Vi sono casi, invece, in cui la somma va corrisposta entro 12 mesi e 90 giorni dal termine del rapporto. Ciò avviene: in caso di cessazione per fine contratto a tempo determinato e per raggiunti limiti di età. Inoltre, detto termine deve decorrere in caso di risoluzione unilaterale da parte del datore di lavoro, se il lavoratore raggiunge i requisiti per la pensione anticipata. In caso di dimissioni volontarie, licenziamento o destituzione dall’impiego, la somma, invece, spetta entro 24 mesi e 90 giorni dal termine del rapporto. Poi, se la cessazione avviene prima del limite ordinamentale, con un’anzianità contributiva almeno pari a 18 anni, il pagamento avviene entro 24 mesi dal termine del rapporto. 

Pensione attraverso il sistema Quota 100

Ebbene, per capire quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici, facciamo qualche chiarimentoVediamo, adesso, l’ipotesi specifica di accesso alla pensione attraverso il sistema Quota 100. Ebbene, in tal caso, i termini di pagamento decorrono dal momento in cui il diritto alla pensione sarebbe maturato. Tale valutazione avviene sulla base dei requisiti previsti per il trattamento di vecchiaia o anticipato. Il tutto, tenendo conto degli adeguamenti dei requisiti pensionistici parametrati alla speranza di vita.

Come vengono corrisposte le somme del TFS

Sempre per rispondere alla domanda su quali sono i tempi per ottenere il pagamento del TFS o TFR per i dipendenti pubblici, vediamo nello specifico il primo come viene corrisposto. Ebbene, il pagamento avviene in un’unica soluzione se l’ammontare è pari o inferiore a 50mila euro. Se, invece, l’importo va dai 50.000 e i 100.000 euro, avremo due rate annuali. Infine, se l’importo è superiore a 100.000 euro, la somma viene erogata in tre rate annuali. 

Abbassare legalmente l’ISEE è possibile in modo perfettamente legale ma bisogna vedere se ne vale la pena. Esso è, infatti, l’indicatore della situazione economica delle famiglie che serve per ottenere determinati benefici statali. Si tratta, infatti, del principale criterio prescelto per accertare se le famiglie hanno diritto a prestazioni per il sostegno del reddito erogate dallo Stato. Non a caso, ci sono prestazioni erogate solo a chi non superi una certa soglia ISEE. In altre, invece, l’importo maggiore o minore della prestazione assistenziale, è calibrato in base all’ISEE. i pensi al bonus bebè, al Reddito di Cittadinanza ecc. In definitiva vediamo come abbassare l’ISEE. Questi sono i 3 sorprendenti metodi legali per far risultare l’ISEE più basso. Utilizzandoli, potremo evitare di perdere quei benefici statali che tanto ci servono per la nostra ripresa. 

I 3 metodi per far risultare l’ISEE più basso

Anzitutto, vediamo sulla base di quali criteri viene redatto l’ISEE. Nella specie, si tiene conto di redditi e patrimoni relativi ai 2 anni precedenti. Quindi, ad esempio, per l’ISEE 2021, rilevano i redditi e i patrimoni sussistenti nel 2019. La prima soluzione per abbassarlo è quella di intervenire sulla giacenza media dei conti correnti. In che modo? Basta la cointestazione di un conto corrente bancario o postale. In questo modo, la giacenza media che serve per calcolare l’ISEE rileverà per la metà dell’importo, che è la quota di spettanza. Tuttavia, perché ciò accada, è necessario che la contestazione avvenga con una persona esterna al nucleo familiare. Diversamente, la manovra non avrà alcun senso perchè rileverà ugualmente anche il reddito del cointestatario. 

Secondo metodo per far risultare l’ISEE più basso 

Il secondo metodo consiste nell’intervenire sui beni immobili non abitati. Poiché, dunque, questi aumentano l’ISEE, conviene concederli in usufrutto. La nuda proprietà, infatti, non rientra nel calcolo dell’ISEE.

Terzo metodo per abbassare lISEE 

La terza via, che è la più battuta, consiste nel richiedere l’ISEE corrente. In questo modo, anziché tenersi conto di redditi e patrimoni di 2 anni prima, si considerano quelli dell’anno precedente. Ne deriva che se la situazione economica è più svantaggiosa nel 2020 rispetto al 2019, conviene richiedere l’ISEE corrente. In definitiva, questi sono i 3 sorprendenti metodi legali per far risultare l’ISEE più basso. Ciò, in modo da evitare di perdere quei benefici statali che tanto ci servono per la nostra ripresa!

Come sappiamo, i pagamenti per chi aveva debiti con il Fisco sono stati più volte sospesi a causa del Covid. Quindi, i rinvii sono stati tanti e tali che occorre riprendere il filo della situazione per non trovarsi nei guai. Ebbene, l’Agenzia delle Entrate Riscossione ha annunciato qual è il calendario definitivo per la ripresa dei versamenti e dei pignoramenti stipendiali. Peccato, dunque, per chi è la vittima ma meglio sapere le cose in anticipo. Sicchè, le azioni esecutive congelate dal 19 maggio 2020 riprenderanno a partire dal primo luglio 2021. Da quella data riprenderanno i pignoramenti degli stipendi. Le categorie di contribuenti interessati sono quindi al sicuro solo fino a fine giugno. In particolare, fino a quella data non vi sarà alcun recupero coattivo, compresi fermi amministrativi ed ipoteche. Vediamo, quindi, quando riprenderanno i versamenti e i pignoramenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Quando riprenderanno i pagamenti bloccati l’8 marzo 2020 

Ecco quando riprenderanno i versamenti e i pignoramenti da parte dell’Agenzia delle Entrate. Chiarito quando riprenderanno i secondi, soffermiamoci sui primi. Ebbene, la ripresa dei pagamenti bloccati dall’8 marzo 2020, ossia le rateizzazioni sospese vanno regolarizzate entro il 31 luglio 2021. Più specificamente, poiché il 31 luglio è sabato, la reale scadenza per i pagamenti cadrà lunedì 2 agosto. Inoltre, chi non aveva una dilazione alla data dell’8 marzo 2020 potrà chiederla. Cioè, chi vuole accedere alla rateizzazione può farlo entro la fine di quest’anno. Questa facoltà è concessa senza dover pagare prima gli importi rimasti in sospeso. Un ulteriore vantaggio è che sono più morbide le condizioni che determinano la decadenza del beneficio della dilazione. Quest’ultima infatti si verifica dopo 10 rate non pagate, anziché 5, per chi ha fatto domanda durante tutto il 2021. Per il 2022, invece, la decadenza ritornerà ad essere di 5 mesi. Ancora un altro beneficio consiste nell’aumento della soglia entro la quale non c’è l’obbligo di dimostrare lo stato di difficoltà. Esso, utile sempre ai fini della richiesta di rateazione, non è più di 60.000 euro ma di 100.000. In definitiva, sono stati introdotti davvero degli enormi vantaggi per chi intende saldare i debiti con il Fisco!

In seguito alla dichiarazione dei redditi può accadere che il contribuente abbia diritto ad un rimborso sulle tasse corrisposte. Ci sono però dei casi in cui ciò non avviene. Allora in quest’articolo, spiegheremo quando viene bloccato il rimborso del 730 da parte dell’Agenzia delle Entrate? Ecco che il provvedimento del 24 maggio lo chiarisce, indicando quali sono gli elementi di incoerenza che fanno scattare i controlli preventivi. Ebbene, in primis vi sono le modifiche al 730 precompilato. In secondo luogo, i rimborsi IRPEF superiori a 4.000 euro ma ve ne sono anche altri che spiegheremo.  

Cosa controlla l’Agenzia delle Entrate per bloccare il rimborso 730 nel 2021

LAgenzia delle Entrate può bloccare l’erogazione dei rimborsi IRPEF quando ricorrano elementi di incoerenza nella dichiarazione dei redditi. Ma, cosa si intende per “elementi di incoerenza”? Il chiarimento al riguardo proviene dal provvedimento del 24 maggio proveniente dalla stessa Agenzia. Ebbene, i controlli preventivi scattano in alcuni casi specifici. Il primo si ha quando le modifiche del 730 precompilato evidenzino scostamenti per importi significativi rispetto ai dati risultanti nei modelli di versamento. Lo stesso accade quando l’incoerenza risulti dai dati inviati da altri enti. Ancora, altro punto di riferimento sono i dati indicati nelle certificazioni uniche. Infine, ci può essere il segnale di allarme dell’incoerenza quando il modello 730 sia a rimborso con un importo superiore a 4.000 euro.

Altri casi di controlli preventivi dell’Agenzia delle Entrate per il blocco dei rimborsi 730

Sempre per chiarire quando viene bloccato il rimborso del 730 da parte dell’Agenzia delle Entrate, il provvedimento del 24 maggio chiarisce ulteriori aspetti. L’incoerenza rispetto a quanto dichiarato nella dichiarazione dei redditi 2021 può derivare anche da un paragone con le precedenti dichiarazioni. Inoltre, il controllo preventivo può ricorrere anche se la dichiarazione dei redditi venga presentata tramite CAF o tramite intermediari abilitati. Solitamente, i controlli avvengono entro 4 mesi dal termine previsto per la trasmissione della dichiarazione. Ciò anche in considerazione del fatto che il rimborso spettante al termine delle operazioni di controllo preventivo è erogato entro il sesto mese. In particolare, non oltre il sesto mese successivo al termine previsto per la trasmissione della dichiarazione.

Si era già parlato di un provvedimento che avrebbe agevolato i giovani nell’acquisto di un’abitazione. Il tutto, nell’ottica di un aiuto al raggiungimento dell’indipendenza dai genitori e di una maggiore responsabilizzazione. Quindi, si è deciso che i ragazzi, con meno di 36 anni, potranno accedere in maniera agevolata al mutuo prima casa. Ma vediamo quali sono le novità del bonus prima casa introdotte dal decreto Sostegni bis, a favore dei giovani. A questi ultimi spetteranno vantaggi enormi per acquistare un immobile. Ebbene, anzitutto il decreto ha aggiunto a quelli già previsti, ulteriori benefici. Essi riguardano il limite di età innalzato da 35 a 36 e l’Isee da presentare. Vediamo, dunque, più nel dettaglio, cosa cambia.

Intervento del Fondo di garanzia per l’acquisto prima casa

Anzitutto, il primo grande vantaggio è lo Stato ha predisposto un Fondo di garanzia, che soccorre nel caso di difficoltà economica del mutuatario. Se questi, dunque, durante la restituzione del finanziamento, incorra in difficoltà, interviene lo Stato. Sicchè, il Fondo coprirà l’80% qualora il richiedente: 1) presenti la domanda dal 30° giorno dall’entrata in vigore del decreto, quindi entro il 30 giugno 2022; 2) abbia un Isee non superiore a 40.000 euro; 3) ottenga un mutuo superiore all’80% del valore dell’immobile.

Innalzamento del limite di età ed altre novità introdotte dal decreto Sostegni bis

Inoltre, altra novità è l’estensione della misura vantaggiosa di 1 anno, cioè non verrà concessa agli under 35 ma agli under 36. Altro vantaggio incredibile riguarda le tasse, in quanto grazie al provvedimento statale, i giovani under 36 non dovranno pagare alcuna imposta. Per essa si intende: né ipotecaria, né di registro né catastale. Il tutto, a condizione che abbiano un Isee inferiore a 40.000 euro con riferimento all’anno del rogito. In caso, inoltre, di eventuale pagamento dell’IVA sul prezzo dell’immobile, essi la recupereranno attraverso l’attribuzione del credito d’imposta, sempre con riferimento all’anno dell’atto di compravendita. 

Altre novità disposte dal decreto Sostegni bis sul bonus prima casa

Abbiamo visto quali sono le novità del bonus prima casa introdotte dal decreto Sostegni bis, a favore dei giovani. A questi se ne aggiungono altri collaterali, che riguardano sempre i giovani under 36 con Isee inferiore a 40.000 euro. Essi otterranno vantaggi anche per la costruzione, la ristrutturazione di immobili ad uso abitativo considerati prima casa. In proposito, hanno diritto all’esenzione dall’imposta sostitutiva di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e delle tasse di concessioni governative. 

Il decreto Sostegni-bis ha introdotto una nuova scadenza per le azioni di recupero da parte del Fisco. Quindi, la nuova data stabilita dal Governo, con la concessione di un ulteriore mese e più di respiro è il 30 giugno. Sicchè, alla domanda: “quando il Fisco ricomincerà con i pignoramenti, i fermi dell’auto e le altre azioni esecutive?”, risponderemo: “tra circa 40 giorni”. La data, dunque, è slittata dal dal 30 aprile al 30 giugno, per le azioni di recupero. Allo stesso tempo, restano sospesi anche i pagamenti relativi alle rateizzazioni, concordate con l’Agenzia delle Entrate. In tal caso, le rate non ancora pagate dovrebbero essere versate entro la fine di luglio. 

Necessità del nuovo piano di rateizzazione

Se i pagamenti sono stati più volte differiti, è anche necessario stabilire un nuovo piano di rateizzazione. Infatti, se lo Stato ha concesso delle proroghe per supportare i cittadini nel periodo di crisi economica, deve anche adeguare le norme. Ciò significa che coloro che avvalendosi delle proroghe non hanno pagato per più di 10 rate, poi non possono incorrere in decadenza. Questo significa che deve poter permanere il beneficio della rateizzazione. Quindi, anche quando ricomincerà l’azione di riscossione, non si potrà imporre al contribuente di pagare tutto e subito. Pertanto, il 30 giugno, chi ha debiti scaduti l’8 marzo 2020 dovrà poter accedere ad una nuova dilazione. 

Ulteriori proroghe per pignoramenti, fermi amministrativi ed altre azioni esecutive?

Quando il Fisco ricomincerà con i pignoramenti, i fermi dell’auto e le altre azioni esecutive? Ebbene, la nuova moratoria introdotta del decreto Sostegni bis comporta, l’ulteriore sospensione delle indicate procedure. Questo significa che l’Agenzia delle Entrate Riscossione dovrà ancora aspettare prima di avviare nuove azioni esecutive contro i debitori. Sicchè, ancora per un pò di tempo le case e gli stipendi resteranno in salvo. Inoltre, anche le cartelle esattoriali resteranno ferme fino al 30 giugno. Infine, rimarranno sospese le verifiche per i pagamenti superiori a 5.000 euro. In definitiva, abbiamo un altro pò di tempo per respirare ma prima o poi le azioni esecutive del Fisco ricominceranno. Quindi, è bene prepararsi e stabilire una strategia che sia: pagare, fare ricorso, chiedere dilazioni. 

Quando andiamo a fare la spesa o a svolgere altre commissioni, può accadere che l’auto venga danneggiata per strada o in un parcheggio pubblico. In questi casi, ovviamente, è difficile ottenere il risarcimento in sede civile. Tuttavia ci sono delle vie di uscita che ci possono consentire di ottenerlo. Quindi, vediamo in questo articolo, cosa fare se troviamo l’auto danneggiata nel parcheggio del supermercato o di altro luogo pubblico. Ebbene, se essa non è coperta da una polizza atti vandalici, da una polizza kasco o cristalli, l’assicurazione non è tenuta a risarcire. Inoltre, solitamente, queste polizze coprono solo danni che superano un certo ammontare (franchigia).

Tipi di polizza 

Nella specie, la polizza atti vandalici copre il danneggiamento causato da atti di vandalismo, come ad esempio la classica rigatura sulla fiancata dell’auto. Non vi rientrano, invece, eventuali danni accidentali, conseguenti alla circolazione dell’automobile. La seconda, ossia la polizza Kasco, invece, copre i danni causati all’autovettura in sosta, indipendentemente dalla causa. Infine, la terza, serve a riparare o sostituire i vetri rotti o danneggiati. Si pensi: ai finestrini, al parabrezza anteriore o al lunotto posteriore. Queste sono le polizze specifiche che servono ad ottenere un sicuro risarcimento in caso di auto danneggiata nel parcheggio del supermercato o di altro luogo pubblico.

Quali sono i possibili rimedi

Proseguiamo nell’indicazione di cosa cosa fare se l’auto viene danneggiata da ignoti nel parcheggio del supermercato o di altro luogo pubblico. Ebbene, in assenza di una specifica copertura, l’unica cosa da fare è sporgere denuncia contro ignoti presso le Forze dell’Ordine. Ciò è fattibile entro 3 mesi dal danneggiamento. In tal caso, ricorre il reato di danneggiamento aggravato, previsto dall’art. 625 n. 7 c.p.. In particolare, qui, la ragione dell’aggravante non è correlata alla natura pubblica o privata del luogo in cui si trovava la cosa bensì alla sua condizione di esposizione alla “pubblica fede”. Quest’ultima ricorre quando il bene si trovi  in un luogo al quale si possa liberamente accedere.

Fondo Garanzia vittime della Strada

Infine, la strada forse più profittevole e conveniente è valutare load possibilità di richiedere il risarcimento al Fondo di garanzia per le vittime della strada. Esso copre i danni e le lesioni  provocati da veicoli non assicurati e/o non identificati. In questa ipotesi, però, il risarcimento è ammesso solo se il danno alla vettura superi la franchigia di 500 euro. Tuttavia, questo limite è facile da superare in quanto nella gran parte dei casi, sarà possibile chiedere il risarcimento.